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230681_572906622722969_467336955_nStimolato dai modelli di consumo e vanità, che rappresentano la negazione di ogni stereotipo culturale proprio, il popolo e le istituzioni (questi meno, quelle più consapevolmente), si struggono per apparire, nei modi e negli oggetti i più simili allo straniero anglo-americano. La maledizione nascosta recita: avrà più fascino e considerazione chi più simile apparirà allo straniero e ai suoi atteggiamenti mentali. Che belle scimmie, qualcuno avrebbe a dire. Troppo spesso ci si accosta alla cultura straniera, non con curiosità e consapevolezza propria, ma per danaro e scimmiotteria. Il mondo degli adolescenti è l’esempio massimo di tale meccanismo, che attesta che la lingua italiana è meno importante dell’inglese, anche ai fini della costruzione dei valori e dello stile di vita, oltre che per trovare un soddisfacente lavoro. Fregiarsi di termini inglesi, nel normale colloquiare in italiano, è uno schiaffo ammaestratore per la stragrande maggioranza degli interlocutori e motivo di vanità. Ecco che termini stupidi divengono importanti, anche se non ne capiamo il significato, o magari sapendo, che il corrispettivo italiano è banale e non alla moda, ci troviamo faticosamente ad imparare un altro termine, totalmente diverso dalla nostra realtà linguistica, pur di sentirci bene. L’enorme distanza tra inglese e le lingue mediterranee si riscontra ovunque. L’inglese è la lingua delle eccezioni, il latino delle declinazioni e dell’individuazione delle regole generali. Questa quasi asimmetrica predisposizione all’ ”estraneità reciproca” rende ancora più doloroso l’innesto della lingua inglese sul tronco latino, il che, per chi conserva un po’ di cultura classica, rappresenta senza dubbio un’ingerenza linguistica aberrante. Nei rapporti tra le due lingue vediamo una netta opposizione: l’inglese lingua pragmatica e sintetica, fortemente legata al parlato circostanziale, l’italiano lingua prolissa, esegetica, dal lungo periodo colorato. Le menti povere di classicismo e pensiero astratto sembrerebbero essere più predisposte di altre all’apprendimento dell’inglese, forse è anche questo quello che vuole il mercato. Prendiamo, adesso, in considerazione i migliori cervelli del Paese, quelli che vogliono scalare la società, e come oggi debbano conoscere perfettamente l’inglese e passare parte della vita all’estero, per toccare con mano il fenomeno. Il meccanismo è sottile, perché silenziosamente pervade tutta la realtà sociale, sottrae e seleziona le menti migliori. Tali individui, spinti ad emergere nella società con meccanismi premianti, dopo il sacrificio individuale perpetrato per apprendere la lingua, divengono i peggiori difensori dei propri sforzi e privilegi, e denigratori del popolo e della nazione. Questo è un aspetto fondamentale, che spiega come il colonizzatore fa sue le migliori forze del popolo, senza disperdere troppo risorse, se non per alimentare la propaganda attraverso le ben remunerate istituzioni che fanno leva sulle ambizioni di miglioramento sociale dell’individuo, al fine di trapiantare nel popolo la necessità dell’apprendimento stesso della lingua colonizzatrice. I professori madrelingua dislocati omogeneamente nel nostro territorio forniscono, inoltre, un ottimo esempio d’intelligenza potenziale e lucrativa posta a presidio dei servizi stranieri, oltre che dei loro propri. Pensate a quanti soldi gravitano intorno all’apprendimento dell’inglese. Ciò che sconforta è l’inesistenza di centro di socializzazione capaci di contrastare apertamente tali fenomeni, che godano di considerazione sociale e che promettano all’individuo soddisfazione sociale alternativa, senza incorrere nella persecuzione liberaldemocratica sempre a caccia delle più sane, autentiche e tradizionali idee della nostra gente. L’attuale classe dirigente è la più corrotta e antipopolare, pedagogo moltiplicatore del vizio plutocratico, che ha portato la nazione nel precipizio morale, intellettuale, linguistico, sociale ed economico. Ogni lingua è una preziosa risorsa ed una specifica visione del mondo tradizionale frutto dell’adattamento ad un certo ambiente, clima, territorio e veicolo atto a replicare modi d’essere, idee e atteggiamenti. Così, chi non vuole sentirsi servo della colonizzazione contemporanea è costretto a ribellarsi allo strapotere della lingua inglese, salvaguardando e praticando la propria, perché, a dimostrazione di quanto dello, in ogni epoca storica e dimensione geografica, i servi imparano sempre la lingua dei padroni.

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